Silvio Benco.
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Volfango Goethe.
Pegaso, Rassegna di lettere e arti Diretta da Ugo Ojetti, Anno Quarto n. 4 aprile 1932. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA  RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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L'AUTORE.
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Enea Silvio Benco (Trieste, 22 novembre 1874  Turriaco, 9 marzo 1949)  stato uno scrittore, giornalista e critico letterario italiano.
Bench avesse iniziato molto presto gli studi, colpito da una grave malattia ossea li sospese una prima volta, per poi abbandonarli del tutto nel 1890, tre anni dopo la morte del padre, per l'aggravarsi delle condizioni economiche familiari. Costretto a guadagnarsi da vivere, lavor come giornalista, con gli pseudonimi di Falco e Jago, nel quotidiano irredentista triestino L'Indipendente, ove fece la conoscenza di Italo Svevo e della futura moglie, la scrittrice Delia de Zuccoli, che sposer nel 1904 e dalla quale avr, l'anno successivo, la figlia Aurelia.
Nel 1903 si trasfer al quotidiano Il Piccolo ove ebbe modo di crescere professionalmente e manifestare meglio le sue idee politiche filo-italiane. Nel 1913, insieme ad alcuni giornalisti dello stesso quotidiano e dell'Indipendente, fu tra i promotori della fondazione dell'Associazione della Stampa Italiana a Trieste, iniziativa coraggiosa visto che la citt giuliana faceva parte dell'Impero austro-ungarico.
Con l'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale, Il Piccolo fu soppresso, e Benco - come altri giornalisti - venne generosamente assunto dal quotidiano triestino socialista Il Lavoratore.
Benco, sorvegliato dalla polizia austriaca, fu inviato nel 1916 in confino a Linz, ove rimase sino al termine della guerra nel 1918. Nello stesso 1918, insieme con Giulio Cesri, fond il quotidiano italiano di Trieste, La Nazione di cui fu il primo direttore. Rimase in carica fino all'avvento del Fascismo, nel 1923.
Candidato all'Accademia d'Italia, la sua nomina fu respinta da Benito Mussolini perch Benco non era iscritto al partito fascista. 
Nel 1943, caduta la dittatura, torn a collaborare con Il Piccolo, assumendone la direzione ma, nel settembre dello stesso anno, in seguito ad alcune minacce dei fascisti, fu costretto a rifugiarsi a Turriaco, piccolo centro della Venezia Giulia, dove mor nel 1949.
Amico di James Joyce, cur i suoi primi articoli, quando questi lavorava come insegnante d'inglese a Trieste, inoltre, nel 1921, primo in Italia, segnal in un articolo il romanzo Ulysses dello scrittore irlandese, una delle pi importanti opere della letteratura europea del Novecento.
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VOLFANGO GOETHE.
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Privilegio o inferiorit dei tedeschi, fra le grandi nazioni europee, quello di onorare il massimo loro poeta in un moderno, in un uomo dell'et relativamente recente? Certo  che, fondata ormai sul granito dei secoli, la grandezza di Omero, di Dante, di Shakespeare, di Cervantes  stabile, intangibile, consacrata da una tradizione contro la quale nulla possono le mutevolezze del tempi. Essi sono divinizzati. Per Volfango Goethe, questo impietrimento sacrale della fama, che di lui faccia in eterno e contro ogni vicenda il vertice spirituale d'un popolo, se forse avverr un giorno, non mi sembra ancra avvenuto. Negli anni della guerra, quando il nervo dell'amor proprio nazionale fu teso fino al parossismo, e i tedeschi si domandavano quale fosse il loro sommo poeta da mettere in vessillo come simbolo della nazione e del suo genio, sul nome di Goethe si divisero, ricordandone alcuni l'atteggiamento poco tedesco negli anni delle guerre contro Napoleone e la frequente sfiducia nella Germania; parve gli si potesse sostituire Nietzsche, e poi nemmeno questi piacque, per la sua inclinazione verso i francesi; e molti erano propensi a concludere che la nazione dovesse vedere il suo massimo poeta soltanto in Wagner. Ossia vederlo con l'aiuto della musica.
Goethe stava dunque in piena disputa: e a contendere con lui di una ancra relativa e condizionata supremazia, gli erano alzati contro due altri moderni, due glorie alle quali pi che alla stessa sua mancava il granito del tempo. Tutto ci, venendo da giorni psichicamente eccitati, nulla dice e nulla vale contro la realt di Goethe; e tuttavia con esempio popolare afferma che la gloria di lui non  superiore peranco alle fluttuazioni del presente, a differenza di quanto vige per i massimi poeti d'altre nazioni, uomini tutti di pi remota et.
Questa lontananza dei poeti esemplari  certamente in armonia con la funzione simbolica che ciascuno di essi assume nella storia del proprio popolo: ma d'altra parte ogni lontananza  una lontananza, quella di tempo come le altre, n molti influssi possono giungere alla vita nostra da un passato troppo remoto. Onde quel tanto naturale rivolgersi degli uomini dell'attuale generazione, in Italia, verso il Leopardi, il Manzoni, il Foscolo, contemporanei di Goethe, maestri non troppo disgiunti nel tempo e a noi accessibili per le ancra aperte possibilit di riviverli spiritualmente e di appagare in loro quel bisogno, che  perpetuo nell'uomo, di spiriti familiari; e la grande illusione e il grande sforzo della Francia romantica per fingersi un Victor Hugo sommo e divino di l dal vero e che pertanto non resse; e l'infatuazione tanto propria di ogni periodo giovanile dell'arte per l'uno o l'altro contemporaneo, in cui par di vedere un superatore di quanto  stato in ogni tempo trascorso e un predestinato a ringiovanire l'immortalit. Questa  psicologia,  una delle tante norme segrete del fluire della vita; non c'entra l'arte per se stessa, ma le fortune dell'arte vi sono comprese. Io non credo che Volfango Goethe sia poeta grande allo stesso titolo dei pochi che giganteggiano, pi antichi, in altre nazioni; ma grande  abbastanza perch, essendoci tanto pi vicino, stimoli in noi un interesse pi immediato e specifico e agisca con pi larga aderenza sul nostro modo interiore di vivere. In questo senso, il privilegio della Germania di avere in lui il suo poeta rappresentativo,  un privilegio invidiabile. N siffatta impressione del partecipare di lui a una vita ancra attuale appare menomata dal vederne messo dai tedeschi stessi in contestazione ad ora ad ora il primato a favore d'altri anche pi recenti: quando in nome di Schopenhauer, quando in nome di Nietzsche; spiriti universali sorti oltre l'orizzonte goethiano, non dotati a somiglianza sua del divino dono di vivere poetando, ma pure poeti.
Questa relativit di Goethe vicino agli altissimi, questo suo fluire nella vita accanto alle ben determinate moli degli erculei, la sterminala e seducente divagazione intorno a se stesso e al mondo che fu la sua opera, avvolgono lui e la sua fama di un fascino particolare al quale nessuno spirito delicato sapr sottrarsi. Si sbaglia di certo volendolo vedere con preconcetti; e pure fu questo il modo nel quale gli avvenne di essere incessantemente veduto, passando per i vari mutevoli spiriti coi quali i contemporanei suoi ed i posteri cercavano di rimirarsi in lui. Che egli fosse, nel secondo Settecento, il poeta della ribellione spirituale e della passione romantica, non  dubbio, chi ricordi come il suo nome la prima volta si spandesse per il mondo con le concitate meditazioni, l'amorosa frenesia e il colpo di pistola di "Werther"; ma ecco pi tardi, a quei contemporanei stessi, o ai loro successori, egli pu apparire come lo spirito apollineo, anche caro alla dotta Minerva, per la gravit onde s'immerge con attenti occhi nei segreti della natura e della stessa mente che esplora; e gi un'altra generazione d'interpreti, abbagliati del grande dramma simbolico di Faust, vede in lui il poeta filosofo di una nuova epoca, il poeta di un'umanit che sente in s l'orgoglio e l'angoscia dei titani; e in contrasto con tal concezione, altri si atteggiano un Goethe olimpico, sereno, misuratore di savie sentenze e di versi, assiso sopra un trono pontificale d'onde si dettino all'arte e alla vita, in parole di cristallo, leggi inviolabili ed imprescrittibili. Di pi, v'ha un Goethe caro alla folla sentimentale per la sua amorosa grazia, per le patetiche sue figure di fanciulle, per Mignon e per Margherita. E oggi anche taluno, con sconcertata meraviglia e quasi scusandosi, denunzia di aver scoperto un Goethe dalla circoscritta assennatezza, e dalle vedute pedantesche e casalinghe proprie a un buon borghese.
Gi il fatto che in un uomo solo, temperamenti diversi, in momenti dominati da conformazioni ideologiche diverse, possano raffigurarsi una siffatta scala di valori umani ed artistici divergenti ed opposti,  cosa sorprendente, e non si ripeterebbe forse per alcun altro poeta. E lo strano  che quasi tutti hanno ragione, e anche chi non ha ragione non ha completamente torto. La variet dei giudizi dipende in parte dal periodo della vita del poeta, sul quale cade l'accento: ch certo i componenti spirituali di Goethe maturo, o del vecchio signor von Goethe, pur rimanendo gli stessi, subiscono alterazioni notevoli di quantit e di peso rispetto a quello che furono in Goethe giovane. Ma in parte egli trae in facile inganno per l'estrema mobilit del suo spirito: per il potere grande che aveva "l'occasione" sopra di lui. "L'occasione", non occorre dirlo, va intesa nel senso pi largo:  il sollecitante improvviso presentarsi della vita in aspetto di una favilla, che diventa poesia, che suscita un poema o s'inserisce in un altro come se vi fosse predestinata ab aeterno, ovvero suscita una meditazione, diventa sentenza, si allarga in teoria, e talora in essa si spegne. Goethe, questo Cesare della letteratura tedesca, che in un modo o nell'altro si affaccia a tutti con attributi sovrani, fu in realt il pi grande degli irregolari che la storia delle lettere ricordi.
Irregolare gi nel getto stilistico giovanile del proprio pensiero, nell'architettura sintattica irrequieta, e quasi di urgente espedienza, che le parole assumono spesso in lui investendosi dell'idea e dell'immagine: talch parrebbe talvolta riconoscere in questa disordinatamente ingegnosa naturalezza qualche cosa che sia trasmessa nell'uomo dalla adorabile sua genitrice, da quella deliziosa Frau Aia, nelle cui lettere l'affettuosit, il buon senso, le scintillazioni della fantasia, le sgrammaticature e le improvvisazioni ortografiche, fanno un impasto d'onde vien fuori frescamente tutto il vivido partecipare della cara donna alla vita. Questa materia primitiva, informe, ma guidata da un istinto espressivo inconscio, si  certamente nel figlio rassodata, virilizzata, si  decantata per tutti i filtri nelle zone chiarificatrici dello studio e della meditazione: e tuttavia in certi scorci capricciosi, in certe repentinit di Goethe, par di riconoscere l'irruente fermento di quella prima natura. Una delle stesse sue qualit pi ammirate, generalmente attribuita ad arte e a possesso meraviglioso della elasticit del linguaggio, quella di arricchire al massimo, merc incisi talvolta monosillabici, l'articolazione e il contenuto d'un verso,  forse il riflesso anch'essa della rapidit con che le cose, presentandosi complesse al suo pensiero, vi si vanno riordinando sommariamente.
Oltremodo personale e caratteristico perci, e difficile da dominarsi, lo stile di Goethe dov' pi spontaneo. Io ne ho fatto saggio durante i forzati ozii dei miei anni d'esilio, quando per trascorrere qualche ora, mi esercitavo a retroversioni su l'epistolario di Schiller e di Goethe. La riproduzione del periodo di Schiller, sempre perfetta nei nessi logici e nel ritmo, mi veniva naturale e fluente; laddove con Goethe non c'era caso che s'avverasse una coincidenza col colorito del suo vocabolario e le intersezioni accidentate e brusche del suo pensiero. L'irregolare, tra i due, era "l'olimpico": Schiller, il romantico idealista, aveva un modo di scrivere ben disteso e ben trasparente, dove sarebbe stato difficile il trovare un'incrinatura; in Goethe fin dalle prime mosse, tutto si sfaccettava, tutto prendeva imprevedibili risalti, e tutto pareva ad un tempo pi concreto per vivacit espressiva del vocabolo e pi approssimativo per minor cura di sgomitolare.
Schiller era miglior ragionatore, pi disciplinato e pi lucido; Goethe pi artista, pi vibrato nell'accennare dove tendesse, pi comunicativo nella disinvolta scioltezza dei suoi accenni a mezz'aria.
Si vedeva in Schiller, come si vedeva in Herder (il terzo loro importante coetaneo), la mente educata filosoficamente; in Goethe un pensatore per innato e incessante bisogno riflessivo, ma non sistemato, anzi prepotentemente libero, se non per alcune idee della prima sua formazione spinoziana che, fondendosi nel naturismo di Rousseau e temperandolo, lo guidavano nella lieta avventurosa selva dell'esperienza. Il luminoso detto goethiano "la vita  un'azione e non un pensiero" riconosceva soltanto all'atto un'importanza vitale. Questo soltanto entrava nella catena della vita, aveva conseguenze, costringeva il pensiero a modificarsi. Amore di Goethe era un'attivit pratica intelligente; suo sgomento, - appunto per le conseguenze di ogni azione, - l'azione fisica, istintiva, brutale, incoercibile, carica di fatalit. Anche nell'arte, l'atto era risolutore. Quando Herder, al giovane amico che aveva iniziato la sua educazione sotto il governo francese (essendo dai francesi occupata temporaneamente Francoforte), e bene o male aveva in senso classico orientato lo spirito, schiudeva il mondo delle idee romantiche, della poesia popolare, della immediata scaturigine della poesia dalle impressioni fresche della natura che ne circonda, la pronta risposta di Goethe fu la lirica, il canto, l'espandersi del suo cuore sempre innamorato in alcuni Lieder dalla fragranza di fiore: egli cre la realt di quella poesia che i precursori della Sturm und Drang andavano teoricamente dottrineggiando. Fra la canzonetta di stampo settecentesco, che anche Goethe talvolta inton al modo del nostro Metastasio e del nostro Rolli, vibravano questi singolari canti commossi del fervore d'un'anima in comunione con la natura; o anche meglio diremmo, con lo spirito della vita.
Durante tutta la sua giovinezza, egli non sa costringersi ad altri propositi che vivere, amare, creare. L'apprendere fa parte del vivere; gli diventa gioiosa passione quando si mescola alla vita, quando si confonde con lo stimolo della vita stessa.  un figlio della natura. Per l'uomo, la natura ha il volto del secolo in cui vive. Il giovane Goethe preferisce chiamarsi "figlio di questo mondo", e questo mondo ha il volto del secolo decimottavo, cos sotto l'aspetto sociale, come nel riflesso delle idee che lo agitano. Il poeta  un ribelle socievole, un solitario di buona compagnia, un rivoluzionario sempre occupato delle volubili faccende del proprio cuore: tale il figlio esemplare della natura nel secolo di Rousseau. Prima aspirazione dell'adolescente  stata quella di diventare un archeologo, per amore di Winckelmann; indi studia egli contemporaneamente l'ebraico e il francese, l'alchimia e la chimica, l'occultismo e la geologia, l'antichit classica e il medioevo nordico, e prima di Omero, di Ossian e di Shakespeare, la Bibbia. Inoltre, nella penombra, la giurisprudenza, bench questa la studiasse soltanto per irremovibile volont di suo padre. Formazione varia, e spesso su opposte linee. Tutto gli giover. Egli era venuto sulla terra, e diremo meglio sulla terra germanica, in uno di quegli straordinari periodi nei quali non ancra  ben avvenuta la separazione fra le forme di vita e di coltura, apparentemente intatte tuttavia, d'un profondo passato che volge al tramonto, e quelle che fermentano entro l'animo umano nel suo grande bisogno di rinnovarsi e di sentirsi giovane. L'animo  tutto incitamento e levitazione: ma il persistere delle strutture secolari gli d un certo senso di realt rassicurante, di comodit.
Goethe si guarder bene dal muovere un dito per aiutare a compiersi il dramma della storia. Egli lo subisce come azione e, da lucido testimonio dei suoi tempi, come rappresentazione: poich ci  inevitabile. Ma non vi partecipa, si tien fuori dalle correnti, con una superiorit egoistica che  un poco la mal volentieri disturbata tranquillit del secolo decimottavo. Il gigantesco movimento della nascente filosofia germanica, la fiamma di passione, l'ardore di giustificazioni ideali che esso accende nelle giovani generazioni, illuminando d'un interno fuoco di spiritualit il romanticismo, il nazionalismo, le trascinanti correnti che, sotto la scossa dura dei fatti, erompono dalla Germania risvegliata, non hanno nel suo spirito un'azione penetrante e diretta. Egli ha gi concepito altrimenti la propria via, la "retta via", di equilibrio spirituale, e vorrebbe continuarla.  uno dei pochi uomini del Settecento che continuino volontariamente a muoversi sulla traccia del loro secolo, anche in pieno Ottocento, tenendosi al largo dalla crisi della storia. Tutti quei rivolgimenti, tutto quel diroccare, tutto quel guerreggiare, tutto quel cozzare delle energie dinamiche scatenate dalla rivoluzione e dal Bonaparte, potrebbero anche non essere: qual significato hanno veramente nelle armonie del pensiero? Se Napoleone  il pi grande, quegli che "meglio se ne intende", come sembra a Goethe, perch non lasciar vincere Napoleone? Un'umanit goethiana avrebbe saputo conquistarsi pi verit, pi emancipazione, pi benessere, pi luce, senza rivoltolarsi per tante disordinate catastrofi.
Questo  gi il Goethe vecchio; ma  la continuazione del giovane. Figlio della natura, anzi d'una natura domata, incivilita, che ha una missione educativa sugli uomini, il suo pensiero cerca in essa la sorgente dei suoi sviluppi. Egli  un investigatore della natura, un pensatore naturalista; la scoperta delle verit naturali lo attrae, tanto nelle cose quanto negli uomini; residui di sapienza antica e medioevale dnno talvolta non so quale colorito arcano alle esplorazioni della sua intelligenza nei fenomeni fisici e psichici del mondo. Certamente, in veste di Faust, egli appare alquanto giovane signore borghese di Francoforte e giovane favorito della gaia e patriarcale corte di Weimar; ma Faust  pure nella sua mente.  lui stesso quanto Werther, quanto Guglielmo Meister, quanto ciascuno degli uomini in cui si  cercato. La diversit delle cose, la molteplicit onde si distribuisce in esse la materia dell'Universo, lo conturbano nel solo bisogno di pervenire all'uno, alla forma originaria, all'idea madre, al punto del punto, dove il mondo astratto combacia col mondo reale. Egli  nella scienza un dilettante di genio. Batte ogni terreno: oggi la petrografia e domani la botanica, oggi l'ottica, e domani l'anatomia delle ossa. La teoria dell'evoluzione  tutta in potenza nelle sue ricerche e nelle tracce deduttive onde perviene alle sue ipotesi e alle sue ricerche. Spirito mobilissimo; mente pellegrina. Ma pure sempre fisso, almeno per lunghi anni, nel bisogno e quasi nel sogno mistico di scoprire il canone della natura, la forma elementare, la genesi biologica ed estetica delle cose create. Il primo vegetale, l'idea "pianta" che incomincia a vivere. La bellezza di ogni specie di piante, trasfusa, come raggio, in una prima pianta staccatasi dal seno laborioso della natura.
Gli viene poesia da questa attivit scientifica, come gli viene da tutto quanto gli accada nella vita. Poesia  la bella favola illuminata che emana dal vero che lo avvolge. Il cuore  freddo se non ama; lo spirito  freddo se ogni cosa non gli si tramuta in poesia; l'esperienza peserebbe inerte sull'uomo, se egli non se ne liberasse nei fantasmi dell'arte. Le passioni sono in Goethe nei primi anni vive e rapide, coltivate nell'esaltazione romantica dello stato di passione che per lui in quel tempo  lo stato degli eletti, ma presto sopraffatte dalla mutabilit della sua immaginazione in cui trova aiuto il senso superiore che egli ha della libert del proprio spirito come di un bene prezioso. Le passioni sono catene; duole infrangerle; bisogna farlo. Pure nessuna donna che egli abbia amato cessa d'esistere in lui; l'occasione sentimentale non si esaurisce in se stessa; taluna gli diviene, per lunghi anni, dolente e spesso cruccioso fantasma, poich riconosce di aver agito con egoismo e gli  difficile perdonarselo. Altre si scolorano in lunghe amicizie vagamente amorose che lo accompagnano per tutta la vita; talch, col procedere degli anni, e pur rimanendo egli sempre accessibile a nuovi incantamenti, il suo spirito  tutto innamoratamente popolato di figure di donne, delle quali vien componendo, supremo atto di gratitudine, l'"eterno femminino" inneggiato, l'ultima parola di Faust. Esse gli hanno lievitato l'esistenza fatta per essere idealizzata; hanno fornito le tonalit divine di fili d'oro al tessuto della favola che egli doveva raccontare di se stesso per la gioia degli uomini, guidato dal "gusto di favoleggiare" che confessava essergli venuto dalla domestica fantasia di sua madre.
La morale di Goethe, in cose d'amore, non pu essere se non indulgente. Sconcertante e innocente insieme: come d'un uomo di scienza che, avvezzo a considerare i fenomeni della natura e mettendosi istintivamente nell'umano punto di vista del "minor male", lascia da parte, quasi del tutto secondarie, le leggi e le usanze sociali. Le sue esperienze erano fatte sul vivo dell'individuo, non su la societ. La fine violenta del suo amico Jerusalem, che egli trasport nel Werther a conclusione di quelle meravigliose espressioni d'anima appassionata delle quali s'inebbri tutto un secolo, gli diede esempio della logica catastrofica di un tumulto di passione quale sentiva egli stesso in quel momento nel petto per altra donna; ma forse ebbe occhio di satireggiatore pi acuto che non si credesse, quel Nicolai che, a riscontro dei Dolori, scrisse da buon volgare Le gioie del giovane Werther, e immagin la pistola del suicida caricata di sangue di pollo e lui salvo e riserbato a un matrimonio felice. Certo l'autore del Werther, che cre il prototipo di tutta una generazione d'anime tragiche, non ebbe tragica n la vita n la concezione della vita. Il suicidio fu l'atto di Jerusalem, non il suo; che egli parlasse di uccidersi, in quel momento, dopo il ragionevole distacco da Carlotta Buff non sua,  un riflesso accidentale dell'azione di Jerusalem sulla sua sofferenza. In Goethe, coteste situazioni dell'animo, intense, ma transitorie, solevano risolversi nella mobilit dello spirito e nel cercarsi uno scopo in nuove curiosit della vita. Poco dopo, essendo egli stesso oscillante fra due donne ad un tempo, gli par la cosa pi naturale del mondo risolvere il suo dramma Stella in una situazione chiara e netta di bigamia: non si accorge dell'audacia, e presenta proprio quel dramma in dono alla sua bella effimera fidanzata Lil; e solo trent'anni dopo, fatto attento che tal soluzione urta troppo il senso morale del pubblico, la sostituisce con una chiusa convenzionale. Ma nel frattempo egli ha gi ammutinato contro di s la societ di Weimar insediando il libero amore nella propria casa di Consigliere aulico con la piccola Cristiana Vulpius (figura e anima da cameriera, scriveva una signora del tempo), in cui accheta la nostalgia di Roma cantando per lei le Elegie Romane come un signore dei tempi d'Augusto per la piacente liberta. Non esiste ostacolo alcuno perch egli non abbia a sposare in regolari nozze la giovine, se non quello della difficile presentazione di cos umile donna alla Corte; e tuttavia non la sposa, se non molti anni dopo, repentinamente, quando riconosce la superiorit della brava creatura, che gli salva la vita e la casa, nei giorni dell'invasione francese, mentre egli crede morire di spavento.
Allora il suo sentimento verso Cristiana raggiunge altezza morale; e la vulcanica malaccorta Bettina Brentano sapr che cosa voglia dire non aver avuto abbastanza rispetto per la signora von Goethe. Ma il marito della signora von Goethe, innamoratosi nel frattempo di Minna Herzfeld, rimugina intanto nell'acuta mente indagatrice la trama ardita delle Affinit elettive, il suo grande ultimo romanzo, dove affronta fino alle pi arcane conseguenze fisiologiche il problema delle anime esuli dai legittimi legami per attrazioni elementari alle quali cercherebbero invano resistere. La morale di Goethe  indulgente: Margherita sale al cielo; Faust si salva: d'altronde egli stesso, il poeta, non ha molto da farsi perdonare. Non  stato n quel seduttore, n quel donnaiolo che comunemente si crede; la sua vita sensuale, superati i primi bollori giovanili, sembra essere stata molto sobria, e in tutto dominata dal suo bisogno di vagheggiamento fantastico e di socievolezza intelligente. Un'atmosfera di brucianti passioni avrebbe potuto facilmente avvolgere l'uomo che era tra i pi belli dei suoi tempi e, vestito da Oreste, sul teatro di Weimar, sembrava una statua antica. Ma Goethe non sacrific mai troppo di s alle passioni, e pi volte tenne a bada le donne di quello che esse tenessero lui. Il tono goethiano, nei rapporti con le donne,  piuttosto quello di un'avvolgente amorosit, di un aleggiamento dello spirito dall'una all'altra possibilit d'amore, con un lucido controllo e un sottile piacere delle proprie vibrazioni interne, le quali, come avviene nei grandi lirici, mutano immediatamente in vibrazioni alate della parola. Curiose trasmissioni spirituali avvengono negli avvicinamenti fra lui e le donne. Bettina Brentano scrive lettere goethiane che sono un incanto. Marianna von Willemer, la Suleika del Divano, scrive liriche palpitanti che, mescolate con quelle di Goethe e con esse stampate, sono tenute per cinquant'anni tra le pi belle cose di lui. Da parte sua egli crea figure femminili di cos reale, intima, nervosa grazia, quali in nessuno erano fiorite prima che in lui.
Esse appartengono al romanzo della sua vita: a quel romanzo che egli non cess mai di scrivere, e avrebbe voluto non mai finito. Raccontare la propria esperienza vitale gli fu caro, quanto farla lampeggiare in taluni formidabili aforismi, che rischiarano spazi di dubbio e di tenebra, quanto farla sbocciare, immediata, sullo stelo della gracile canzone agitata dal vento. Sempre egli ritorna, come un navigatore, come un pellegrino, alle proprie vicende d'onde gli  nata, quasi creatura viva, la scienza del mondo e dell'anima umana: si racconta in Werther, si racconta in Faust, si racconta in Gugliemo Meister, si racconta nella Campagna di Francia, nel Viaggio in Italia, e finalmente, non pi travestito, nell'autobiografia monumentale, Verit e Poesia. Qui egli non si dissimula pi in accomodate sembianze di romanzeschi eroi; ma, gi declinante negli anni, ricompone le proprie memorie con un senso di ordinamento, di armonizzazione didascalica. Come documento psicologico la biografia non d forse quello che dnno le opere fantastiche. Ma come tesoro di saggezza  incomparabile, e come arte, cosa sovrana. La prosa di Goethe vi ha certo perduto il brusco e il frizzante del suo "naturel" settecentesco; ma ha acquistato un'uguaglianza di tono, un'avvolgente omogeneit, che  quella della maturit piena del suo stile narrativo.
La poesia  come un agente atmosferico sulla verit che affiora dalla memoria, e Goethe crede che cos debba essere. Non l'esistenza d'un uomo comune, ma quella d'un poeta  narrata. Egli ha ormai come vita esemplare quella vita sua, apparentemente senza guida, che tanto egli medit e vagheggi, che tanto lo educ a imparare e a sognare: cos bella che, letta appena, noi tosto torniamo a rileggerla con volutt in un'altra proiezione che egli ne abbia tracciato in libri, in pensieri sparsi, in diari, in lettere ad amiche e ad amici. Per il maggior critico spagnolo moderno la vita dell'uomo Balzac ha interesse e valore molto pi d'ogni suo romanzo: cos  oggi molto vagamente diffuso il sentimento che, se tutto dovesse spegnersi di Goethe, rimarrebbe luminosa la favola della sua vita come un capolavoro di vita umana.
In realt nulla pu spegnersi di Goethe, se la sua vita ci rimarne diletta. Chi ama la sua vita ama la sua opera, che la contiene tutta e n' il documento e il commento. Autobiografico, come oggi si suol dire, pi costante e ostinato di Goethe non esistette. N pertanto miglior illuminatore di s. In lui tutto tende a farsi chiaro. Non esistono in Goethe misteri, se non su qualche momento intimo che la natural discrezione d'uomo bennato o di ministro di Stato gli imponga di velare. Esistono bens trasfigurazioni, contaminazioni di una realt molto vicina con una poesia in apparenza molto lontana. I conoscitori della sua vita le decifrano con corrente facilit. Goethe stesso si ride dei suoi commentatori astrusi che vogliono ricercare una troppa rigorosa conseguenza di pensieri unitari nel suo poema di Faust, dimenticando il gioco mobile della fantasia, in forza del quale il poeta  poeta e obbedisce a sempre nuovi impulsi creatori. Assai gli costa il condurre a una "relativa" unit quel poema nato da grandi momenti smaglianti dell'immaginazione quali il dramma d'umano amore e d'umana angoscia del giovane Faust invano fuggente nel mondo delle potenze magiche, e la notte classica di Valpurga nel plenilinio che, fugace come sogno, sembra specchio di cose eterne. Non  fatto Goethe alle lungamente calcolate e irrigidite unit di pensiero. Da ci le sue deficienze in tante opere drammatiche; da ci le spezzature, le riprese, il rimanergli tante cose sue allo stato di troncone e di frammento, la sua predilezione per l'aforisma, fortemente e rapidamente pensato, il suo trovarsi a proprio agio nel gesto confidenziale dello stile epistolare, la sterilit pedestre e burocratica di molti passaggi di collegamento nelle sue opere in prosa. Egli  un lirico; ha bisogno dell'istante che lo susciti. E un poco rimane sempre, nonostante l'assiduo suo studio, dirimpetto agli altri poeti come dirimpetto agli scienziati, ai moralisti, ai filosofi, il grande dilettante di genio.
 stato proclamato maestro a venticinque anni; ha dato alla letteratura tedesca, col Werther, il primo successo universale: il sentimento dominante nei vecchi scrittori tedeschi verso di lui  l'invidia: tuttavia egli non invanisce. Solo nell'avanzata et assume egli quel tono magistrale, pieno di dignit e di autorevolezza, che in parte per gli viene dalle alte cariche coperte. Esso si addice del resto all'accumulata sapienza, alla somma delle esperienza tesoreggiate. Egli  il savio che si pronuncia su tutte le cose; e se in talune materie, cristallizzato, si  fatto idee che  meglio non toccargli per non turbarlo, in altre serba tutta la sua elasticit, la sua realistica indipendenza da ogni apriorisno, la sua prudenza di cimento e di vaglio. Ma prima di quel crepuscolo in excelsis, egli ha considerato la vita come una scuola, e se stesso a lezione come inesperto (onde il valore della continua esperienza), e non solo a lezione della vita, ma anche degli uomini che ne sapevano pi di lui. Da Schiller, pi giovane, accettava la critica, la correzione, il consiglio, poich riconosceva in Schiller, in molte cose, un maestro. A Voss chiedeva giudizio dei suoi esametri, e questi glielo taceva per non dirgli che, misurati forse con alquanta gelosia, gli parevan tutti cattivi: oltre a sembragli errore estetico il rifacimento d'un poema popolare come il Reinecke Fuchs in esametri. Nel viaggio in Italia, che intraprendeva dopo una preparazione accuratissima, si dimostravano le disuguaglianze del suo intuito artistico, tra l'ossequio alle fonti classiche di coltura e l'incertezza delle fresche esperienze: nuovo, equilibrato, e pieno di luce dinanzi ai Trionfi del Mantegna e al Cenacolo di Leonardo; innocente da lasciar perplessi per la curiosit che lo sofferma a Roma su mediocri cose dopo essersi sbrigato di grandissime con rapida superficialit: parziale e senza visione dinanzi a un monumento come il Duomo di Milano, che pure non doveva essersi contentato di guardare dall'esterno. Non a torto, il suo amico Boissere, nei tardi anni, si torcer le mani per la disperazione di veder chiusi a ogni sentimento del gotico gli occhi che cos vividi d'amore, in giovinezza, avevano contemplato il Duomo di Strasburgo; gli occhi tedeschi del cantore di Gtz e di Faust.
L'uomo universale ha sempre la sua relativit. Questa relativit  forte in Goethe. E fino a un certo punto gli aggiunge l'incanto della "minor perfezione", che sta cos bene all'uomo il quale pi d'ogni altro avrebbe voluto farsi in tutti i sensi perfetto. La dottrina non gli d quello che gli  dato dalla natura conosciuta sul vivo delle cose e degli uomini: la scienza non gli d quello che gli  dato dalla possente intuizione. Non  giusto nemmeno il dire che la sua vecchiezza sia sempre serena. Coi giovani poeti tedeschi non  sereno. Con uno che si chiama Kleist non  sereno; con uno che si chiama Heine non  sereno (e lo adorano): si fa angusto per loro, e li angustia. Un minatore tedesco trova pi facilmente bont nel suo spirito che un giovane poeta tedesco. Pi largo  per le voci che gli giungono nello spazio, da lontani paesi: per Byron, idealizzato nel suo poema in un'allegoria che non  pi quasi allegoria, tanto  fremente di vita; per Manzoni, ammirato; e da gran maestro, in gloria di Napoleone, tradotto.
Nel Manzoni egli trova alfine alto motivo d'interesse in un italiano vivente. Non era tutta colpa sua, se, durante il suo viaggio in Italia, questa aveva potuto aggiungere ben poco di fortemente spirituale, di non generico, alle commozioni di paesaggio classico, di estasi archeologica e di voluttuoso benessere, per amor delle quali egli si era messo in cammino. Giambattista Vico non lo aveva dimenticato Goethe, lo avevano dimenticato gli italiani. Non aveva cos robusti tratti vitali l'Italia del Settecento da poter modificare in lui la tanto maggiore potenza e vastit del concetto Italia come culla d'antiche arti e tempio d'aulica bellezza, n di mutare l'aspettazione che egli ne aveva come d'un'amabile sede del piacere di vivere. Vi andava sotto la suggestione di un gran sogno plastico che per lui si sarebbe avverato, con beneficio immenso, reputava, della sua perfezione d'artista; e vi recava un desiderio segreto di romanzesca libert che lo sgranchisse del doppio servizio presso la corte di Weimar e presso la signora di Stein. Nel bel romanzo della sua vita il nome Italia era stato sempre quello di una fata. Romanzesco e romantico erano parole vicine tuttavia alla radice: vicine al nome di Roma e delle genti romane. Colorivano ogni antitesi avventurosa con la grigia realt quotidiana vissuta nel Settentrione. Nessuno straniero entrando in Italia, vi port tanto amore quanto Goethe, tanto desiderio d'ammaestramento e tanta aspettazione della fantasia. Ne fu appagato; non avrebbe voluto ripartirsene pi; ebbe momenti di rapimento non mai prima goduti; ci sogn per tutta la vita; ripag di gratitudine quell'Italia settecentesca che, nella sua piacevole avvolgente realt, gli aveva permesso di avvicendare le meditazioni dell'antico, le ricreazioni nella curiosit dell'effimero, il riconoscimento di se stesso. "Si, io posso dire, - egli confider a Eckermann quarant'anni dopo, - che soltanto a Roma ho sentito ci che sia veramente un uomo. A questa altezza, a questa felicit della sensazione non sono poi giunto mai pi: veramente, paragonandomi con lo stato mio in Roma, io mai pi dopo d'allora sono stato lieto".
Parole goethiane: dentro c' la novit dell'uomo: hanno alcunch di psicologicamente scultorio. Nell'intimo lo ha il viaggio in Italia rinnovellato, o, come egli dice, consolidato. Per alcuni anni le sue azioni sono pi libere e pi risolute, il suo produrre pi animoso, il suo senso della vita pi largo. Ha installato nella sua casa un'amante giovane e che gli piaceva: ha detto il fatto suo, da pulito uomo stufo, alla signora di Stein divenuta tormentatrice; ha avvicinato a s l'emulo, Schiller, che se ne stava a Jena nell'atteggiamento d'un Bruto, innamorato di Cesare e inconciliabile con lui; ha avuto quello sprone, quell'incitamento, quel generoso animo, a confortatore. Aveva dunque un uomo come Goethe bisogno di sostegno e di conforto? Forse pi che non si creda: l'uomo universale era fisicamente robusto, si aggirava tra le gelosie letterarie e mondane (che erano molte) con capo erto e con serenit impenetrabile; appariva maestro nella virt di superarsi; ma sotto la corazza stava la sua sensibilit.
Non gli riesciva sempre di armare contro di essa la sua forza: l'azione. Non contro tutti i disinganni dell'amicizia, non contro tutte le morti di persone care, l'azione, non contro tutti i ristagni del cuore grosso. Valida era pur tanto ed efficace, l'azione. Infervorarsi di ogni lavoro, di ogni scienza e di ogni possibilit d'arte; mettere tutto se stesso in un impegno: fosse, nei giovani anni, organizzare una festa, studiare una zona mineraria, ideare un balletto, scrivere un prologo di circostanza: fosse, nei vecchi, tener d'occhio la scienza che camminava, o il secondo Faust che tentava a sempre nuove allegorie la mente: e avere ognora, dall'infantile alla pi tarda et, le saccocce piene di pietruzze raccolte nelle vie di campagna per inesausta passione petrografica e come simbolo di attenzione mentale incessante. Esercitare il suo estro di poeta in galanterie di stile orientale a gara con Marianna von Willemer; e pochi anni dopo cavarsi dall'anima le elegie divine per prendere congedo da Ulrica von Levetzow e dall'amore per sempre. S, l'azione. Ma i residui di tutta quella tenerezza, di tutto quel dolore, di tutta quell'ipersensibilit, delle quali egli depositava il segreto in tante sue creature?
La psicologia di questo poeta confesso ed esplicito al di l d'ogni altro ha anch'essa le sue pieghe.
Dopo la morte, per tutto un secolo, sopra ogni cosa, si vide in lui il poeta di Faust. Nella grande linea ideale che s'inarca sopra le due parti della composizione, compendiando, pensiero azione e sogno, tutto il dramma dell'umano destino, il secolo decimonono riconobbe veramente il suo poema-tipo. Buoni o cattivi, non si scrissero pi poemi se non d'idee, filosofici, faustiani, come in altri tempi poemi eroici, sacri e cavallereschi. La grandiosit dell'architettura intellettuale parve perfino superiore alle bellezze poetiche dell'opera.
Faust  necessario alla grandezza artistica di Goethe; sintetizza in tratti immaginosi il conflitto umano che egli intu, la vastit e variet del mondo che egli port dentro di s, e cerc di allargare fino alla morte. E, nondimeno esso sembra oggi rientrare nell'insieme dell'opera goethiana, con gli stessi pregi e con anche maggiori disuguaglianze, gi notate dai contemporanei. Tutta l'opera goethiana  conquista della vita, sotto tutte le forme: nel Faust essa vede e canta il suo anelito.
Goethe incominciava il poema come una visione libera e medievalesca di vita universa, assecondando uno spirito che egli supponeva shakespeariano; poi sempre pi dava all'opera una struttura monumentale. Ne faceva il proprio monumento. - Questo ho voluto, questo sono stato dentro di me, - diceva, proiettando a un tratto, idealizzata, nell'universo, una vita della quale egli aveva poetato tante volte agli uomini il racconto terreno.
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FINE.